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    A Monteleone di Spoleto chiusura del servizio Bancomat

    Sindaca Angelini: “Questa è desertificazione dei servizi nelle aree interne”

    • Paragrafo

    (Cittadino e Provincia) Perugia 1 Aprile ‘26 - Con un lettera aperta Marisa Angelini, Sindaco del Comune di Monteleone di Spoleto, a nome dell’intera Amministrazione comunale, portare all’attenzione delle istituzioni regionali, di UNCEM e degli organi di informazione una situazione grave, che non riguarda soltanto il territorio, ma rappresenta un segnale allarmante per tutte le aree interne del Paese.


     

    “Nel nostro Comune, dopo la chiusura della filiale bancaria (già Banca Popolare di Spoleto) avvenuta circa quindici anni fa, - ha scritto Agelini - l’unico presidio finanziario rimasto era uno sportello Bancomat, successivamente gestito da Banco Desio. Oggi anche questo servizio è stato soppresso. La decisione è stata assunta unilateralmente, senza alcuna interlocuzione preventiva , ne con il Sindaco ne con i Consiglieri Comunali, di questa Amministrazione e senza fornire spiegazioni ai correntisti. A seguito di una richiesta di chiarimento da parte del Sindaco, la risposta ricevuta da un funzionario dell’istituto è stata che si tratta di una decisione del Consiglio di Amministrazione. Tale scelta appare ancora più incomprensibile se si considera che il Comune ha sempre messo gratuitamente a disposizione dell’istituto un locale, proprio per garantire un servizio essenziale alla cittadinanza , alle attività produttive, ai pensionati, e ai visitatori.


     

    Questa vicenda impone una riflessione più profonda, che trova peraltro fondamento anche nel quadro normativo nazionale ed europeo.

    L’articolo 3 della Costituzione italiana stabilisce il principio di uguaglianza sostanziale, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. L’articolo 44 riconosce la necessità di valorizzare le zone montane, mentre l’articolo 118 richiama il principio di sussidiarietà e la responsabilità condivisa tra istituzioni e comunità. A questi principi si affianca la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), che individua proprio nella garanzia dei servizi essenziali – tra cui mobilità, sanità, istruzione e accesso ai servizi – una condizione imprescindibile per contrastare lo spopolamento e sostenere la permanenza delle comunità nei territori fragili.


     

    Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in coerenza con tali obiettivi, destina specifiche risorse alla coesione territoriale e al rilancio delle aree interne, riconoscendo la necessità di ridurre i divari e rafforzare i servizi di prossimità. In questo quadro, la progressiva chiusura dei presìdi essenziali – anche quando gestiti da soggetti privati – appare in evidente contraddizione con gli indirizzi strategici del Paese.


     

    Chi vive e lavora nei territori montani, nei piccoli Comuni delle aree interne, non svolge soltanto un’attività economica o una scelta di vita individuale: svolge una funzione pubblica. Un presidio attivo e quotidiano del territorio.

    Le comunità della montagna custodiscono e mantengono i sistemi boschivi, salvaguardano le risorse idriche, proteggono la biodiversità, curano il paesaggio, prevengono il dissesto idrogeologico. Mantengono pulito il territorio, riducono il rischio di incendi e di abbandono, garantiscono un equilibrio ambientale da cui dipende l’intero Paese.


     

    Questo lavoro ha un valore concreto, collettivo, riconosciuto anche a livello europeo dalle politiche per lo sviluppo rurale e dalla Strategia dell’UE per la biodiversità 2030.

    Eppure non viene adeguatamente riconosciuto. Chi resta in montagna si assume costi maggiori, affronta condizioni più difficili, vive una quotidianità segnata dalla carenza di servizi. Per questo affermiamo con forza che: chi vive e lavora nelle aree interne ha diritto a un riconoscimento pieno del ruolo di presidio territoriale che svolge;

    ha diritto a una perequazione reale, anche economica, che compensi i maggiori costi del vivere e del mantenere servizi in territori fragili;

    ha diritto alla garanzia dei servizi essenziali, anche quando questi non rispondono a logiche di puro profitto; ha diritto al riconoscimento della fatica quotidiana che contribuisce alla sicurezza ambientale, alla tutela del territorio e al benessere collettivo.


     

    La chiusura di un Bancomat non è un fatto marginale: è un segnale concreto di abbandono. È una scelta che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi dichiarati dalle politiche pubbliche. Si parla di restanza, di contrasto allo spopolamento, di rilancio della montagna. Ma senza servizi queste politiche restano inefficaci.

    Non si può chiedere ai cittadini di restare o tornare, se contemporaneamente si sottraggono gli strumenti minimi per vivere. La desertificazione dei servizi non è un problema locale, ma nazionale: alimenta squilibri territoriali, favorisce l’abbandono, contribuisce alla pressione sulle aree urbane e genera nuove fragilità sociali.


     

    Serve una presa di responsabilità immediata e coerente con i principi costituzionali e gli indirizzi strategici già definiti.

    Chiediamo: alle istituzioni regionali e nazionali di attivare strumenti normativi e finanziari per garantire livelli essenziali di servizi nelle aree interne, anche attraverso forme di compensazione e obblighi di servizio; a UNCEM di farsi promotrice di un’iniziativa nazionale sul tema della desertificazione bancaria e dei servizi essenziali; agli istituti bancari di operare in coerenza con i principi di responsabilità sociale d’impresa, evitando scelte che aggravano le disuguaglianze territoriali; agli organi di informazione di dare visibilità a una questione che riguarda il futuro del Paese. Le montagne e i piccoli Comuni non sono margini da cui ritirarsi, ma presìdi fondamentali per l’equilibrio ambientale, sociale ed economico dell’Italia.

    Indebolirli significa indebolire tutti. Invertire questa tendenza è un dovere, prima ancora che una scelta politica.


    DB

    modificato il 01/04/2026

    (Cittadino e Provincia) Perugia 1 Aprile ‘26 - Con un lettera aperta Marisa Angelini, Sindaco del Comune di Monteleone di Spoleto, a nome dell’intera Amministrazione comunale, portare all’attenzione delle istituzioni regionali, di UNCEM e degli organi di informazione una situazione grave, che non riguarda soltanto il territorio, ma rappresenta un segnale allarmante per tutte le aree interne del Paese.


     

    “Nel nostro Comune, dopo la chiusura della filiale bancaria (già Banca Popolare di Spoleto) avvenuta circa quindici anni fa, - ha scritto Agelini - l’unico presidio finanziario rimasto era uno sportello Bancomat, successivamente gestito da Banco Desio. Oggi anche questo servizio è stato soppresso. La decisione è stata assunta unilateralmente, senza alcuna interlocuzione preventiva , ne con il Sindaco ne con i Consiglieri Comunali, di questa Amministrazione e senza fornire spiegazioni ai correntisti. A seguito di una richiesta di chiarimento da parte del Sindaco, la risposta ricevuta da un funzionario dell’istituto è stata che si tratta di una decisione del Consiglio di Amministrazione. Tale scelta appare ancora più incomprensibile se si considera che il Comune ha sempre messo gratuitamente a disposizione dell’istituto un locale, proprio per garantire un servizio essenziale alla cittadinanza , alle attività produttive, ai pensionati, e ai visitatori.


     

    Questa vicenda impone una riflessione più profonda, che trova peraltro fondamento anche nel quadro normativo nazionale ed europeo.

    L’articolo 3 della Costituzione italiana stabilisce il principio di uguaglianza sostanziale, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. L’articolo 44 riconosce la necessità di valorizzare le zone montane, mentre l’articolo 118 richiama il principio di sussidiarietà e la responsabilità condivisa tra istituzioni e comunità. A questi principi si affianca la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), che individua proprio nella garanzia dei servizi essenziali – tra cui mobilità, sanità, istruzione e accesso ai servizi – una condizione imprescindibile per contrastare lo spopolamento e sostenere la permanenza delle comunità nei territori fragili.


     

    Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in coerenza con tali obiettivi, destina specifiche risorse alla coesione territoriale e al rilancio delle aree interne, riconoscendo la necessità di ridurre i divari e rafforzare i servizi di prossimità. In questo quadro, la progressiva chiusura dei presìdi essenziali – anche quando gestiti da soggetti privati – appare in evidente contraddizione con gli indirizzi strategici del Paese.


     

    Chi vive e lavora nei territori montani, nei piccoli Comuni delle aree interne, non svolge soltanto un’attività economica o una scelta di vita individuale: svolge una funzione pubblica. Un presidio attivo e quotidiano del territorio.

    Le comunità della montagna custodiscono e mantengono i sistemi boschivi, salvaguardano le risorse idriche, proteggono la biodiversità, curano il paesaggio, prevengono il dissesto idrogeologico. Mantengono pulito il territorio, riducono il rischio di incendi e di abbandono, garantiscono un equilibrio ambientale da cui dipende l’intero Paese.


     

    Questo lavoro ha un valore concreto, collettivo, riconosciuto anche a livello europeo dalle politiche per lo sviluppo rurale e dalla Strategia dell’UE per la biodiversità 2030.

    Eppure non viene adeguatamente riconosciuto. Chi resta in montagna si assume costi maggiori, affronta condizioni più difficili, vive una quotidianità segnata dalla carenza di servizi. Per questo affermiamo con forza che: chi vive e lavora nelle aree interne ha diritto a un riconoscimento pieno del ruolo di presidio territoriale che svolge;

    ha diritto a una perequazione reale, anche economica, che compensi i maggiori costi del vivere e del mantenere servizi in territori fragili;

    ha diritto alla garanzia dei servizi essenziali, anche quando questi non rispondono a logiche di puro profitto; ha diritto al riconoscimento della fatica quotidiana che contribuisce alla sicurezza ambientale, alla tutela del territorio e al benessere collettivo.


     

    La chiusura di un Bancomat non è un fatto marginale: è un segnale concreto di abbandono. È una scelta che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi dichiarati dalle politiche pubbliche. Si parla di restanza, di contrasto allo spopolamento, di rilancio della montagna. Ma senza servizi queste politiche restano inefficaci.

    Non si può chiedere ai cittadini di restare o tornare, se contemporaneamente si sottraggono gli strumenti minimi per vivere. La desertificazione dei servizi non è un problema locale, ma nazionale: alimenta squilibri territoriali, favorisce l’abbandono, contribuisce alla pressione sulle aree urbane e genera nuove fragilità sociali.


     

    Serve una presa di responsabilità immediata e coerente con i principi costituzionali e gli indirizzi strategici già definiti.

    Chiediamo: alle istituzioni regionali e nazionali di attivare strumenti normativi e finanziari per garantire livelli essenziali di servizi nelle aree interne, anche attraverso forme di compensazione e obblighi di servizio; a UNCEM di farsi promotrice di un’iniziativa nazionale sul tema della desertificazione bancaria e dei servizi essenziali; agli istituti bancari di operare in coerenza con i principi di responsabilità sociale d’impresa, evitando scelte che aggravano le disuguaglianze territoriali; agli organi di informazione di dare visibilità a una questione che riguarda il futuro del Paese. Le montagne e i piccoli Comuni non sono margini da cui ritirarsi, ma presìdi fondamentali per l’equilibrio ambientale, sociale ed economico dell’Italia.

    Indebolirli significa indebolire tutti. Invertire questa tendenza è un dovere, prima ancora che una scelta politica.


    DB

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