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    Umbria Film Festival 2026

    Umbria Film Festival 2026, Mattea Fo a Montone: «La satira che rinuncia a rischiare ha già smesso di fare il proprio mestiere»

    Nel centenario della nascita di Dario Fo, il Festival dedica una giornata a Mistero buffo, alla libertà di parola e a Lo svitato di Carlo Lizzani. Mattea Fo: «La vera eredità di Fo e Rame non è un testo da conservare intatto, ma un metodo da tenere vivo»

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    • Umbria Film Festival 2026

    • Mattea Fo: «Mistero buffo era una partitura viva»

    • Il programma

    Umbria Film Festival 2026

    Umbria Film Festival 2026
    Umbria Film Festival 2026

    (Cittadino e Provincia) – Montone, 17 luglio 2026 – A cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa, Dario Fo torna al centro della scena dell’Umbria Film Festival. Non come un autore da celebrare soltanto attraverso la memoria, ma come una voce ancora capace di interrogare il presente, difendere la libertà di parola e rivendicare il diritto della satira e del teatro a disturbare.

    La 30ª edizione dell’Umbria Film Festival, in programma a Montone fino a domenica 19 luglio, dedica la giornata di venerdì 17 luglio al Premio Nobel, con incontri, teatro e cinema: l’appuntamento è parte del programma delle Celebrazioni del Centenario di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame ETS e dalla Regione Umbria. Ospite del festival è Mattea Fo, presente alla serata in Piazza Fortebraccio insieme a Stefano Bertea. 

    Il programma del festival si apre alle ore 11:00 al Cinema Ed Lewis con l’incontro “Commedia e satira, il linguaggio della libertà”. Alle 15:30 al Teatro San Fedele spazio all’omaggio a Dario Fo con Mistero buffo. Alle 18:30, sempre al Teatro San Fedele, prende il via AmarCorti, il concorso dedicato ai cortometraggi italiani. La giornata culmina alle 21:15 in Piazza Fortebraccio con i cortometraggi In Our Hands e Scuritade e, a seguire, con la proiezione di Lo svitato di Carlo Lizzani, alla presenza di Mattea Fo e Stefano Bertea. Tutti gli appuntamenti e le proiezioni dell’Umbria Film Festival sono gratuiti e senza necessità di prenotazione.


     

    Mattea Fo: «Mistero buffo era una partitura viva»

    Mattea Fo
    Mattea Fo

    Al centro dell’omaggio c’è il rapporto tra l’eredità di Dario Fo e il tempo presente. Un’eredità che, nelle parole di Mattea Fo, non può essere ridotta alla conservazione di un testo o alla celebrazione di un repertorio ormai consegnato alla storia. «Mistero buffo non è mai stato, per Fo, un testo chiuso: era una partitura viva, che lui stesso riscriveva ogni sera in scena, adattando il grammelot e le giullarate ai fatti del giorno.»

    Negli archivi della Fondazione Fo Rame, questa continua trasformazione emerge dagli appunti di lavoro sui vangeli apocrifi: pagine attraversate da correzioni, varianti e disegni a margine che anticipavano i gesti dell’attore prima ancora delle parole. Quei documenti restituiscono l’immagine di un Dario Fo lontano da qualsiasi cristallizzazione: non soltanto l’autore di un classico della storia del teatro, ma un artigiano della scena impegnato a riscrivere continuamente parole, movimenti e rapporto con il pubblico.

    «Questo è forse il messaggio più eloquente che l’Archivio Rame Fo custodisce: la prova che la vera eredità di Fo e Rame non è un testo da conservare intatto, ma un metodo da tenere vivo.» È questa natura “in movimento” a spiegare perché Mistero buffo continui a essere rappresentato e reinterpretato in contesti diversi. Chi ne raccoglie oggi l’eredità non è chiamato semplicemente a ripeterne il testo, ma a rispettarne il copione continuando a rinnovarne il messaggio. 

    «Fare teatro è un mestiere fisico, non solo intellettuale»

    Nel recupero del grammelot e della giullarata medievale, Dario Fo costruiva un teatro nel quale voce, gesto, ritmo e corpo diventavano linguaggio prima ancora delle parole. Una lezione particolarmente attuale in un tempo in cui una parte sempre più ampia dell’esperienza artistica e culturale viene vissuta attraverso uno schermo e a distanza. «Alle nuove generazioni di attori, registi e drammaturghi, Fo ricorda che il teatro comincia dove finisce la mediazione. Fare teatro è un mestiere fisico, non solo intellettuale.» 

    Ma la fisicità non è l’unico elemento radicale dell’esperienza di Fo e Franca Rame. Il loro teatro era prima di tutto un atto pubblico, nato per incontrare il pubblico nelle piazze, nelle fabbriche e nelle case del popolo, senza rivolgersi esclusivamente a spettatori già preparati o abituati alla scena teatrale. Mistero buffo riusciva a farsi comprendere attraverso il corpo, l’ironia e il ritmo anche da chi non aveva mai messo piede in un teatro. Il suo linguaggio popolare non semplificava il contenuto, ma lo rendeva accessibile, diretto e capace di incidere.

    «Il rischio, se il teatro italiano perde questa doppia dimensione - fisica e popolare - è quello di un teatro sempre più autoreferenziale: rivolto a un pubblico già acquisito, rassicurante, che rinuncia alla propria funzione critica per diventare intrattenimento colto invece che linguaggio di massa capace di disturbare.»

    Il diritto di disturbare

    Nell’opera di Fo e Rame, comicità, satira politica, teatro popolare e libertà di parola non sono mai state dimensioni separate. Il riso non era un fine, ma uno strumento per mostrare le contraddizioni del reale e portare il pubblico a guardare la propria condizione con occhi diversi. «Se una risata non scomodava nessuno, non serviva a niente - era intrattenimento, non satira.» Una dichiarazione che acquista un significato particolare nel tempo delle polarizzazioni, delle autocensure preventive, delle polemiche istantanee e dei nuovi moralismi. «La satira che oggi rinuncia a rischiare, che si autocensura in anticipo per paura della polemica o del linciaggio social, ha già smesso di fare il proprio mestiere prima ancora di cominciare.»

    Oggi la pressione sulla satira non arriva soltanto dal potere costituito, ma anche dal pubblico e dai meccanismi di reazione amplificati dai social. La lezione di Fo e Rame resta scomoda proprio perché il loro bersaglio non veniva scelto sulla base della convenienza o del consenso. «Il loro bersaglio non era mai scelto per comodità o per consenso, disturbavano chiunque detenesse potere, autorità o ragione precostituita, indipendentemente da dove sedesse politicamente.» Da qui nasce il valore ancora attuale del loro teatro: la capacità di prendere posizione, colpire le contraddizioni del potere e non risparmiare neppure chi si considera già dalla parte giusta.

    «Riproporre oggi quel metodo significa accettare di scomodare anche chi si aspetterebbe di essere risparmiato: è questo, forse, il diritto di disturbare che più ci manca.»


     

    Il programma

    Sabato 18 luglio: l’omaggio a Gillo Pontecorvo

    Il Festival prosegue sabato 18 luglio alle ore 11:00 al Cinema Ed Lewis con l’incontro “Quando nasce uno sguardo. Il futuro prende forma”, dedicato al cortometraggio. Alle 18:30 al Teatro San Fedele è in programma il secondo appuntamento di AmarCorti, con la presenza dei registi e il dibattito al termine delle proiezioni. Alle 21:15 in Piazza Fortebraccio, l’Umbria Film Festival renderà omaggio a Gillo Pontecorvo, a vent’anni dalla scomparsa e nel sessantesimo anniversario dell’uscita di La battaglia di Algeri. La serata si svolgerà alla presenza di Marco Pontecorvo. A seguire, “WTF OFF: The Return – Between Chaos and Vertigo” proporrà una selezione di cortometraggi fuori dagli schemi.

    Domenica 19 luglio: i premi e Gurinder Chadha

    La giornata conclusiva si apre alle ore 11:00 al Cinema Ed Lewis con “Titoli di coda. I mestieri del cinema”. Alle 18:30 al Teatro San Fedele sarà presentato il terzo e ultimo programma di AmarCorti, mentre alle 19:30 in Piazza Fortebraccio il Concerto della Filarmonica Braccio Fortebraccio accompagnerà il pubblico verso la cerimonia conclusiva. Alle 21:15, sempre in Piazza Fortebraccio, saranno presentate le giurie e proclamati i vincitori di ShortsUp e AmarCorti. Nel corso della serata sarà consegnato a Gurinder Chadha, regista britannica di origine indiana, l’Excellence Award, istituito per celebrare il contributo al cinema internazionale di una regista ancora in piena attività. A seguire, per la sezione The Square: film sotto le stelle, il Festival si chiuderà con Leviticus di Adrian Chiarella.


     

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    modificato il 17/07/2026

    Umbria Film Festival 2026

    Umbria Film Festival 2026
    Umbria Film Festival 2026

    (Cittadino e Provincia) – Montone, 17 luglio 2026 – A cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa, Dario Fo torna al centro della scena dell’Umbria Film Festival. Non come un autore da celebrare soltanto attraverso la memoria, ma come una voce ancora capace di interrogare il presente, difendere la libertà di parola e rivendicare il diritto della satira e del teatro a disturbare.

    La 30ª edizione dell’Umbria Film Festival, in programma a Montone fino a domenica 19 luglio, dedica la giornata di venerdì 17 luglio al Premio Nobel, con incontri, teatro e cinema: l’appuntamento è parte del programma delle Celebrazioni del Centenario di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame ETS e dalla Regione Umbria. Ospite del festival è Mattea Fo, presente alla serata in Piazza Fortebraccio insieme a Stefano Bertea. 

    Il programma del festival si apre alle ore 11:00 al Cinema Ed Lewis con l’incontro “Commedia e satira, il linguaggio della libertà”. Alle 15:30 al Teatro San Fedele spazio all’omaggio a Dario Fo con Mistero buffo. Alle 18:30, sempre al Teatro San Fedele, prende il via AmarCorti, il concorso dedicato ai cortometraggi italiani. La giornata culmina alle 21:15 in Piazza Fortebraccio con i cortometraggi In Our Hands e Scuritade e, a seguire, con la proiezione di Lo svitato di Carlo Lizzani, alla presenza di Mattea Fo e Stefano Bertea. Tutti gli appuntamenti e le proiezioni dell’Umbria Film Festival sono gratuiti e senza necessità di prenotazione.


     

    Mattea Fo: «Mistero buffo era una partitura viva»

    Mattea Fo
    Mattea Fo

    Al centro dell’omaggio c’è il rapporto tra l’eredità di Dario Fo e il tempo presente. Un’eredità che, nelle parole di Mattea Fo, non può essere ridotta alla conservazione di un testo o alla celebrazione di un repertorio ormai consegnato alla storia. «Mistero buffo non è mai stato, per Fo, un testo chiuso: era una partitura viva, che lui stesso riscriveva ogni sera in scena, adattando il grammelot e le giullarate ai fatti del giorno.»

    Negli archivi della Fondazione Fo Rame, questa continua trasformazione emerge dagli appunti di lavoro sui vangeli apocrifi: pagine attraversate da correzioni, varianti e disegni a margine che anticipavano i gesti dell’attore prima ancora delle parole. Quei documenti restituiscono l’immagine di un Dario Fo lontano da qualsiasi cristallizzazione: non soltanto l’autore di un classico della storia del teatro, ma un artigiano della scena impegnato a riscrivere continuamente parole, movimenti e rapporto con il pubblico.

    «Questo è forse il messaggio più eloquente che l’Archivio Rame Fo custodisce: la prova che la vera eredità di Fo e Rame non è un testo da conservare intatto, ma un metodo da tenere vivo.» È questa natura “in movimento” a spiegare perché Mistero buffo continui a essere rappresentato e reinterpretato in contesti diversi. Chi ne raccoglie oggi l’eredità non è chiamato semplicemente a ripeterne il testo, ma a rispettarne il copione continuando a rinnovarne il messaggio. 

    «Fare teatro è un mestiere fisico, non solo intellettuale»

    Nel recupero del grammelot e della giullarata medievale, Dario Fo costruiva un teatro nel quale voce, gesto, ritmo e corpo diventavano linguaggio prima ancora delle parole. Una lezione particolarmente attuale in un tempo in cui una parte sempre più ampia dell’esperienza artistica e culturale viene vissuta attraverso uno schermo e a distanza. «Alle nuove generazioni di attori, registi e drammaturghi, Fo ricorda che il teatro comincia dove finisce la mediazione. Fare teatro è un mestiere fisico, non solo intellettuale.» 

    Ma la fisicità non è l’unico elemento radicale dell’esperienza di Fo e Franca Rame. Il loro teatro era prima di tutto un atto pubblico, nato per incontrare il pubblico nelle piazze, nelle fabbriche e nelle case del popolo, senza rivolgersi esclusivamente a spettatori già preparati o abituati alla scena teatrale. Mistero buffo riusciva a farsi comprendere attraverso il corpo, l’ironia e il ritmo anche da chi non aveva mai messo piede in un teatro. Il suo linguaggio popolare non semplificava il contenuto, ma lo rendeva accessibile, diretto e capace di incidere.

    «Il rischio, se il teatro italiano perde questa doppia dimensione - fisica e popolare - è quello di un teatro sempre più autoreferenziale: rivolto a un pubblico già acquisito, rassicurante, che rinuncia alla propria funzione critica per diventare intrattenimento colto invece che linguaggio di massa capace di disturbare.»

    Il diritto di disturbare

    Nell’opera di Fo e Rame, comicità, satira politica, teatro popolare e libertà di parola non sono mai state dimensioni separate. Il riso non era un fine, ma uno strumento per mostrare le contraddizioni del reale e portare il pubblico a guardare la propria condizione con occhi diversi. «Se una risata non scomodava nessuno, non serviva a niente - era intrattenimento, non satira.» Una dichiarazione che acquista un significato particolare nel tempo delle polarizzazioni, delle autocensure preventive, delle polemiche istantanee e dei nuovi moralismi. «La satira che oggi rinuncia a rischiare, che si autocensura in anticipo per paura della polemica o del linciaggio social, ha già smesso di fare il proprio mestiere prima ancora di cominciare.»

    Oggi la pressione sulla satira non arriva soltanto dal potere costituito, ma anche dal pubblico e dai meccanismi di reazione amplificati dai social. La lezione di Fo e Rame resta scomoda proprio perché il loro bersaglio non veniva scelto sulla base della convenienza o del consenso. «Il loro bersaglio non era mai scelto per comodità o per consenso, disturbavano chiunque detenesse potere, autorità o ragione precostituita, indipendentemente da dove sedesse politicamente.» Da qui nasce il valore ancora attuale del loro teatro: la capacità di prendere posizione, colpire le contraddizioni del potere e non risparmiare neppure chi si considera già dalla parte giusta.

    «Riproporre oggi quel metodo significa accettare di scomodare anche chi si aspetterebbe di essere risparmiato: è questo, forse, il diritto di disturbare che più ci manca.»


     

    Il programma

    Sabato 18 luglio: l’omaggio a Gillo Pontecorvo

    Il Festival prosegue sabato 18 luglio alle ore 11:00 al Cinema Ed Lewis con l’incontro “Quando nasce uno sguardo. Il futuro prende forma”, dedicato al cortometraggio. Alle 18:30 al Teatro San Fedele è in programma il secondo appuntamento di AmarCorti, con la presenza dei registi e il dibattito al termine delle proiezioni. Alle 21:15 in Piazza Fortebraccio, l’Umbria Film Festival renderà omaggio a Gillo Pontecorvo, a vent’anni dalla scomparsa e nel sessantesimo anniversario dell’uscita di La battaglia di Algeri. La serata si svolgerà alla presenza di Marco Pontecorvo. A seguire, “WTF OFF: The Return – Between Chaos and Vertigo” proporrà una selezione di cortometraggi fuori dagli schemi.

    Domenica 19 luglio: i premi e Gurinder Chadha

    La giornata conclusiva si apre alle ore 11:00 al Cinema Ed Lewis con “Titoli di coda. I mestieri del cinema”. Alle 18:30 al Teatro San Fedele sarà presentato il terzo e ultimo programma di AmarCorti, mentre alle 19:30 in Piazza Fortebraccio il Concerto della Filarmonica Braccio Fortebraccio accompagnerà il pubblico verso la cerimonia conclusiva. Alle 21:15, sempre in Piazza Fortebraccio, saranno presentate le giurie e proclamati i vincitori di ShortsUp e AmarCorti. Nel corso della serata sarà consegnato a Gurinder Chadha, regista britannica di origine indiana, l’Excellence Award, istituito per celebrare il contributo al cinema internazionale di una regista ancora in piena attività. A seguire, per la sezione The Square: film sotto le stelle, il Festival si chiuderà con Leviticus di Adrian Chiarella.


     

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