Identità e differenza: uno sguardo al genere
In Italia, da 50 anni le donne hanno diritto al voto. Malgrado ciò esse non hanno risolto il problema della cittadinanza politica (cittadinanza incompiuta). I problemi non risolti tra donna e cittadinanza hanno un origine lontana. Il “monopolio” maschile della sfera politica risale alle origini della democrazia. I diritti di cittadinanza erano di fatto di un solo sesso. Un nodo che non si è risolto neanche quando si è cominciato a parlare di “diritti universali”. Il punto è che la democrazia, nel nostro Paese non ha fatto i conti con il problema della differenza.
Uno dei terreni di profonda disuguaglianza riguarda infatti la presenza delle donne nei luoghi decisionali. La percentuale di donne presenti nei luoghi di governo raramente supera il 10% e quando questo accade è inversamente proporzionale alla rilevanza del ruolo ricoperto. Questo vale sia a livello nazionale che locale: le donne rappresentano il 9,9% del Parlamento italiano, il 6,4% dei ministri e vice ministri, ma “ben” l’11,7% dei sottosegretari; così, solo una donna in Italia è alla guida di una Regione (Umbria), mentre il 3,9% di donne sono Presidenti di Provincia e il 6,7% ricoprono l’incarico di Sindaco in Comuni capoluogo di provincia, ma “ben” l’11,2% sono consigliere comunali nelle stesse realtà locali (CENSIS 2003).
Preoccupante anche la scarsa presenza delle donne nei ruoli dirigenziali della pubblica amministrazione, delle imprese private, dei mass media, delle università; nella magistratura, il 4,1% di donne Presidenti di sezione stride con il sorpasso invece effettuato dalle ragazze sui maschi negli ultimi concorsi di accesso alla carriera. Dalle ultime indagini ISTAT, infatti, le donne dirigenti di imprese da 100 a 500 addetti sono intorno al 5%, e scendono a poco più del 3% per le imprese con più di 500 addetti. Nella Pubblica Amministrazione, le donne Prefetto non raggiungono il 6%, le Dirigenti generali nei Ministeri l’8%, le Primarie nel Servizio sanitario nazionale sono solo il 7%.
Le ragioni per spiegare l’esistenza di questo soffitto di vetro che ostacola la carriera delle donne sono diverse, in parte culturali, in parte socio-economiche, in parte politiche.
Si osserva da più parti che le donne non hanno con il potere lo stesso rapporto degli uomini e che tradizionalmente il potere rappresenta, a livello simbolico, la massima espressione delle qualità maschili: questo spiegherebbe una certa reticenza delle donne a ricoprire ruoli decisionali; d’altra parte, però, è condivisa, anche da molti uomini, l’opinione che le donne possiedano le qualità essenziali per il raggiungimento del Buon Governo, doti che si identificano in particolare nella trasparenza, nella capacità di ascolto, nella comunicazione, nell’agire collettivo, nella capacità di rappresentanza.
E’ innegabile che ancora oggi gli uomini e le donne non affrontano a pari condizioni la competizione per il potere: prima di tutto, essendo in condizione minoritaria, non partecipano alla definizione delle regole, che pertanto tendono a confermare questa emarginazione; inoltre le donne in posizione di potere sono molto più esposte al giudizio rispetto agli uomini.
Un altro ostacolo fondamentale è poi quello della cosiddetta doppia presenza. Alle donne la società propone oggi due messaggi ugualmente forti nella scala dei valori: da una parte l’investimento nella professionalità e nell’attività rivolta all’esterno e, dall’altra, l’investimento nella sfera familiare: mentre non ci sono condizioni che le favoriscano per poter accedere a questo doppio impegno, anzi oggi entrambi gli universi – quello professionale e quello familiare – richiedono maggiore presenza, competenza, capacità.
Ancora più complesso è il problema della partecipazione attiva delle donne alla vita politica: è di appena pochi mesi fa la riforma dell’art. 51 della Costituzione, che adesso legittima l’adozione di provvedimenti per promuovere la parità di accesso alle cariche elettive; riguardo alla legislazione regionale, già dal 2001 è stato introdotto nella Costituzione il nuovo settimo comma dell’art. 117, che vincola le leggi regionali a rimuovere ogni ostacolo che impedisce la piena parità in ogni ambito, comprese le cariche elettive.
Attualmente anche nella nostra Regione è in corso la riforma dello Statuto Regionale, alla luce delle modifiche costituzionali che sono intervenute. E’ una occasione molto importante per adottare strumenti normativi che rendano compiuta ed effettiva la cittadinanza di entrambi i generi, adeguando la nostra Carta Costituzionale regionale a principi e valori che ormai sono condivisi e comuni a tutta l’Europa.
Siamo insomma di fronte a una contraddizione di fondo fra la dinamicità dell’esperienze e delle nuove competenze femminili e il permanere di ostacoli che impediscono l’accesso ai luoghi decisionali e alla rappresentanza politica. La forza qualitativa esercitata dalle donne nei processi di trasformazione e modernizzazione dell’Italia rischia di apparire debolezza quando si guarda ai poteri formalizzati, quantificabili, in particolare nelle istituzioni. Questa situazione configura un deficit di democrazia, rappresenta uno degli elementi chiave dell’attuale crisi di credibilità delle nostre istituzioni e mette in evidenza la necessità di riformare profondamente le forme di partecipazione delle cittadine e dei cittadini alla vita del paese.