I.4.3
Impianti ed attività estrattive. (scala 1:100.000)


IMPIANTI ED ATTIVITÀ ESTRATTIVE

Le attività estrattive rappresentano un ambito di attività di grande importanza nel sistema produttivo regionale per le ricadute che esse hanno sia sul sistema economico e produttivo in quanto costituiscono gran parte della materia prima per numerosi altri settori produttivi (costruzioni, opere pubbliche, ecc.) che sul sistema ambientale e paesaggistico e sulle condizioni generali del territorio per i profondi segni che lasciano e per i gravi rischi cui spesso lo sottopongono.

La Provincia, con le competenze derivate dalla L. 142/90 ed arricchite dai successivi atti di riforma della Pubblica Amministrazione, nonché dalle scelte regionali definite dalla L.R.31/97, ha il compito di affrontare il tema delle attività estrattive da molteplici angolature: la tutela e la valorizzazione del paesaggio per il valore di Piano Paesistico ai sensi della L.1497/39; la definizione delle linee generali per lo svolgimento delle attività estrattive compito attribuito al PTCP dall’art. 13 L.R. 28/95 così come modificato dall’art.12 L.R. 31/97; la tutela del suolo e delle acque in base alla legge Bassanini ter.

La Provincia esercita queste competenze tramite il PTCP cui sono espressamente affidati i ruoli suddetti ed avendo pertanto la possibilità di affrontare il tema dal punto di vista del territorio e non da quello settoriale e quindi di recuperare il necessario filo di coerenza tra le problematiche produttive e di sviluppo con quelle della tutela ambientale e della sostenibilità.

Ancora nuove competenze, di recente, si sono aggiunte a quelle sopra descritte come quella della polizia mineraria che comporta un livello di controllo in più, quello relativo alla sicurezza ed alla salute dei lavoratori nelle industrie estrattive di cui al D.L. 624 del 25.11.96.

E’ chiaro che in questo quadro la Provincia, quale Ente di coordinamento e raccordo e con queste competenze specifiche, diviene il soggetto naturale della pianificazione di settore o del coordinamento di tale pianificazione; in sede di PTCP il suo compito è quello di definire le regole, di delineare la struttura del sistema territoriale entro cui prende corpo e ragione l’attività produttiva, secondo linee strategiche definite con riferimento alle esigenze del settore, e alle condizioni ambientali e paesaggistiche del territorio.

Il tema delle attività estrattive, pur essendo un argomento da sempre al centro di forti interessi e accesi dibattiti anche a livello regionale, ha avuto riscontri normativi piuttosto scarsi se si fa riferimento alla produzione legislativa statale (vale a dire alla legge del 1927 ed al DPR del 1972 che trasferiva le competenze amministrative alle Regioni) e regionali (per l’Umbria, alla L.R. 53/74 che recepiva tali competenze e disciplinava l’autorizzazione, ed alla L.R. 28/80 che costituisce tuttora il riferimento legislativo per l’intera materia e che sostanzialmente assegna ai Comuni il compito di disciplinare l’attività e di autorizzarne l’attivazione).

I primi tentativi di programmazione settoriale risalgono al Piano Regionale per le Attività Estrattive (P.R.A.E.) del 1987 che sia in quella circostanza che nel successivo tentativo del 1993, non è riuscito a concludere il suo percorso.

Il quadro attuale è quindi quello di un settore gestito in modo fortemente disomogeneo e con assenza di elementi programmatici di riferimento: lo stesso controllo pubblico, sia comunale che regionale, è estemporaneo anche se sostanzialmente indirizzato su un’ottica di tutela paesaggistica.

Ma al tempo stesso in questo settore fortissima è la richiesta di interventi per l’approntamento e l’attuazione di programmi speciali quali gli interventi sulle grandi opere pubbliche di infrastrutturazione, oltre a quelli soliti alla costruzione edilizia.

La realtà rappresentata dall’elaborato è quella relativa agli ultimi dieci anni circa di attività estrattiva: essa risulta dal confronto di una serie di dati di provenienza regionale (studi per il P.R.A.E. ‘87 e ‘93 relativi alle cave in quel periodo attive, aggiornamenti al 1995, raccolta di informazioni sulla potenzialità delle cave attive e delle imprese attinte presso gli operatori stessi nel corso del 1998) e da una ulteriore ricognizione degli uffici provinciali, avvenuta nel maggio 1998, che ha fornito anche un’idea dell’apertura di nuove cave in rapporto all’evento sismico iniziato nel settembre 1997, oltre che della presenza di altre cave dismesse o abbandonate non censite, ma comunque riconoscibili, sul territorio provinciale.

Le informazioni della Regione derivate dagli studi per il P.R.A.E., sono state digitalizzate in base alle coordinate dichiarate, mentre l’aggiornamento delle localizzazioni è avvenuto tramite la individuazione delle aree sulla carta integrativa della CTR (catastale scala 1:10.000) nonché trasferita sulla carta tematica del PTCP redatta in scala 1:25.000.

Gli aggiornamenti speditivi sono stati invece ottenuti utilizzando, quale riferimento, la scala 1:100.000.

 

Ricadute operative

Dall’analisi condotta emerge la rilevanza di attività estrattive nei depositi alluvionali dei sistemi vallivi in prossimità dei principali corsi d’acqua sulla Valle Umbra e lungo l’asta del Tevere; significativo risulta inoltre l’addensamento di aree di cava in zona carbonatica, lungo gli Appennini da Gualdo Tadino a sud e nella fascia centrale dei Monti Martani: anche qui il prelievo è fortemente indirizzato all’utilizzo di inerti che, alla scala regionale, rappresenta l’80% circa della totalità del materiale estratto da cave.

Questi addensamenti pongono problemi sia di carattere generale che particolare: nel primo caso si tratta di aree a forte concentrazione insediativa nelle quali è obbligatorio porsi il problema della compatibilità tra le varie forme di utilizzo del suolo inteso sia come miglior utilizzo in senso produttivo da parte dell’uomo dello spazio disponibile e sia come rapporto tra l’uomo ed il suo spazio vitale; nel secondo caso si tratta di aree che si trovano anche in ambiti di bassa concentrazione insediativa, ma comunque capaci spesso di avere un forte impatto, sia visivo che ambientale, sul territorio nel suo complesso per il fatto di essere poste su crinali o versanti montani ed in situazioni di grande naturalità.

Il rapporto difficile con la risorsa acqua è, in ogni caso, assai stretto.  Problemi di rischio, attivo o passivo, di inquinamento sono costantemente presenti alla stessa maniera del problema della tutela del paesaggio, anche se questo è particolarmente forte nelle cave che aggrediscono versanti montani o collinari e lo sono, tradizionalmente, sia per la fase di decisione di aprire l’attività estrattiva e sia nella fase di chiusura dell’attività stessa.  Infatti il problema del ripristino delle condizioni del terreno ad attività conclusa è oggi forse più forte ed insoluto di quello dell’avvio dell’attività stessa.

La L.R. 28/80 ha di fatto privilegiato la attivazione di cave cosiddette di prestito o di cave permanenti su cui agire in base ad autorizzazione comunale.

Una veloce procedura approvativa con la possibilità di aprire una cava su un’area agricola in base ad una compatibilità definita astrattamente, la previsione di un tempo di coltivazione separato da quello del ripristino, una convenzione in cui l’impegno al ripristino ed alla riambientazione è affiancato da garanzie finanziarie irrisorie oltre che da progetti inesistenti, hanno reso difficile la situazione ambientale delle aree di cava oltre che la credibilità degli operatori e dei controllori.

Le cave, oltre che rappresentare un forte elemento di rottura dei valori panoramici del paesaggio, sono anche fattori di rischio per l’inquinamento dei luoghi interessati, come per il loro assetto idrogeologico.  L’elaborato A.1.4. illustra questo nesso e segnala ai Comuni la presenza di tali situazioni nel loro territorio.

Le cave infine rappresentano una forma d’uso del suolo assolutamente esclusiva, che si protrae per tempi lunghi anche se prevista a tempo definito, e di pura sottrazione cui raramente, nella prassi consueta, eventuali interventi di ripristino consentono il recupero di funzioni o di fruizioni di carattere collettivo, ma più spesso per lunghissimi periodi cancellano l’identità di quell’area separandola dall’intorno.

 

Indirizzi normativi

 

In considerazione delle molteplici ricadute che l’attività di cava ha sull’assetto territoriale e delle difficoltà che tale attività, pur essenziale per l’organizzazione della società e la vita civile, provoca nella gestione della risorsa suolo, è necessario definire alcuni punti che inquadrano l’attività stessa in un ambito di maggiore coerenza con le altre componenti del territorio e ne controllano la reciproca compatibilità.

• Per le sue ricadute territoriali, l’attività estrattiva va programmata sulla scorta di accurate analisi dei siti e di valutazioni circa la fattibilità tecnico-economica dell’intero programma; in queste valutazioni vanno considerate le possibilità di ridurre l’esigenza di prodotti di cava tramite l’utilizzo di materiali alternativi equivalenti.

• La diffusa presenza di cave inattive, spesso abbandonate o dismesse, deve privilegiare la riattivazione delle cave già esistenti, piuttosto che l’apertura di nuovi siti, anche al fine di migliorare la qualità del loro recupero a condizione che la presenza di tali cave non contrasti con la necessità di tutela e valorizzazione di elementi identificativi del territorio. Ugualmente alle stesse condizioni va considerato prioritaria la prosecuzione dell’attività nei siti estrattivi già attivati.

• L’attività estrattiva, come attività che comporta una trasformazione del territorio, deve avere un rapporto stretto e diretto con la gestione urbanistica e, per questi aspetti, va disciplinata attraverso il PRG che ne indica la compatibilità con gli altri usi prevalenti del territorio, che la considera fase di un processo di trasformazione in cui per un periodo determinato sottrae il territorio a qualsiasi altro uso e che, al termine, lo restituisce ad un uso multiplo e di cui stabilisce la configurazione finale e ne controlla le modalità di formazione.

• L’attività di cava deve essere organizzata sulla base di un programma che prevede l’estrazione di quantità di materiale rapportate a reali esigenze (fabbisogno riferito a periodi e/o lavori definiti), a tempi di lavorazione certi che consentano una temporizzazione dei lavori e verifiche periodiche di questi, a progetti di sistemazione (ripristino o recupero ambientale), da realizzare contestualmente al periodo di estrazione, che abbiano l’obbiettivo di riprodurre livelli qualitativi, in termini di naturalità, almeno uguali a quelli precedenti l’inizio dei lavori di estrazione.

Il programma dell’attività di cava deve essere accompagnato da garanzie finanziarie tali da assicurare il rispetto dei tempi del programma e da coprire i costi dell’intervento di recupero.

• La necessità di omogeneizzare i criteri per la localizzazione e la coltivazione delle cave, facendo riferimento, in primo luogo, alla difesa della risorsa ambiente complessivamente intesa ed, in secondo luogo, all’esigenza di rispondere in modo positivo alla domanda di programmazione di un settore produttivo essenziale, ha portato alla elaborazione di una serie di condizioni tecniche che potessero garantire risultati migliori sia per l’ambiente che per le aziende e tutte da verificare nella fase di impostazione del processo, prima cioè che impegnative operazioni possano pregiudicare le condizioni ambientali o mettere in crisi i programmi dell’azienda.

 

L’Allegato1 affronta il problema su un duplice versante:

1) le condizioni ostative alla localizzazione dei siti ove esercitare attività estrattive; 2) la definizione di un livello quali-quantitativo standard adeguato per la progettazione del piano di attività estrattive (soggetto ad autorizzazione) .

I contenuti dell’Allegato 1 costituiscono indirizzi per i PRG comunali.

 

Allegato 1

 

A). Condizioni ostative alla localizzazione dei siti ove esercitare le attività estrattive.

Di norma, l’attività estrattiva non può essere esercitata:

• nell’alveo dei corsi d’acqua e nei fondali lacustri;

• nelle aree archeologiche individuate ai sensi della L. 1089/39;

• nelle aree oggetto di concessione delle sorgenti di acque minerali e termali, nelle zone di tutela assoluta e nelle zone di rispetto delle acque destinate al consumo umano ai sensi del D.P.R. n. 236/88;

• nelle aree di rilevante interesse naturalistico;

• nei parchi e nelle aree naturali protette;

• nei boschi di latifoglie di alto fusto o in conversione ad alto fusto, nei castagneti da frutto e nei boschi planiziali.

Inoltre devono essere evitate:

• il pregiudizio di ambienti definiti dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale come di rilevanza naturalistica, vegetazionale o paesaggistica e di quelli in cui il Piano stesso esclude l’apertura di nuove cave; l’apertura dei fronti di scavo, delle aree di coltivazione e la realizzazione di altre opere funzionali alla coltivazione del giacimento, in una posizione tale da rendere visibile in maniera rilevante il sito estrattivo rispetto alle principale vie di comunicazione e di transito, ai centri abitati, alle località di interesse turistico,

ai punti di visuale paesaggistica, ai siti archeologici e/o monumentali;

• le interferenze con le sorgenti utilizzate o utilizzabili ed in particolare le attività di scavo nelle fasce di rispetto dei pozzi a scopo idropotabile;

• le modifiche significative alla morfologia del reticolo idrografico superficiale ed alle modalità di deflusso naturale delle acque, come ad esempio i tombamenti provvisori o permanenti dei corsi d’acqua naturali (DPR 128/59);

• l’apertura di nuove cave in aree con dissesti in atto o con elevata propensione al dissesto, o in ambiti interessati da diffuse cavità di origine carsica o in condizioni di stabilità precaria;

B) La definizione di un livello quali-quantitativo standard adeguato per la progettazione del piano di attività estrattive (soggetto ad autorizzazione alla attività di cava) prevede i seguenti elaborati: la relazione tecnica, il progetto di coltivazione, la relazione geologica, la relazione geotecnica o geomeccanica, il progetto di ripristino.

La relazione tecnica comprendente la descrizione nel dettaglio:

• dell’inserimento dell’intervento estrattivo nel quadro delle infrastrutture e delle destinazioni d’uso del territorio limitrofo;

• della congruenza dell’intervento rispetto alle previsioni e alle prescrizioni degli strumenti di pianificazione territoriale generale e paesistica operanti nell’area in esame;

• della natura e dell’estensione dei vincoli gravanti sull’area d’intervento e sul circostante territorio con particolare riguardo a quelli paesistici, con allegati stralci della normativa e degli elaborati grafici dei piani territoriali generali e di settore vigenti pertinenti l’attività e l’area in esame;

• della durata dell’attività e della produzione media annua prevista;

• dell’organizzazione del processo produttivo;

• del progetto di tutti gli altri interventi di cui è prevista la realizzazione per lo svolgimento dell’attività estrattiva internamente all’area produttiva (aree di deposito temporaneo di materiali e di discarica, impianti di lavorazione, strade di accesso e rampe ...);

• della valutazione della rete viaria esterna esistente, della verifica della sua idoneità al progetto e della eventuale proposta di interventi tesi a mitigarne l’impatto del traffico pesante derivante dall’attività di cava stessa.

Il progetto di coltivazione comprendente la descrizione nel dettaglio:

• dei risultati delle indagini geologico-minerarie finalizzate alla coltivazione del giacimento;

• delle tecniche, modalità e tempi delle fasi di coltivazione sino al completamento dell’estrazione del giacimento;

• del computo dei volumi dei materiali che si prevede di estrarre e di quelli di risulta (per questi ultimi distinguendo tra quelli che verranno riutilizzati e quelli che devono essere posti a discarica);

• delle misure previste in ciascuna fase dei lavori per la regolazione ed il controllo dei deflussi delle acque superficiali nell’area di cava;

• nelle misure previste in ciascuna fase dei lavori per il mantenimento in sicurezza dei fronti di scavo.

La relazione geologica comprendente la descrizione delle caratteristiche geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche dell’area d’intervento con relative carte tematiche. In particolare lo studio geomorfologico e geologico deve essere finalizzato ad illustrare:

• i lineamenti geomorfologici della zona, gli eventuali processi morfologici ed i dissesti in atto o potenziali nonché gli interventi tesi a bonificarli o contenerli relativamente alla conduzione in sicurezza dell’attività estrattiva;

• la situazione litostratigrafica locale con definizione dell’origine e della natura dei litotipi riconosciuti;

• i caratteri geostrutturali delle formazioni litologiche presenti che possano essere direttamente od indirettamente interessate dall’attività estrattiva;

• le caratteristiche dei terreni di copertura;

• lo schema della circolazione idrica superficiale e sotterranea nonché il grado di modificazione e/o compromissione che comporterà lo svolgimento dell’attività estrattiva;

Lo studio idrogeologico deve essere finalizzato ad illustrare:

• le caratteristiche del flusso idrico sotterraneo con particolare riferimento alla presenza di falde idriche ed al loro regime (livello medio e massima escursione intorno al livello medio della superficie piezometrica nel corso dell’anno), all’esistenza di pozzi e sorgenti, agli utilizzi, anche potenziali, delle acque sotterranee stesse;

• la definizione dei rapporti fiume-falda (direzioni dei flussi delle acque sotterranee) nel caso di cave ubicate in prossimità di corsi d’acqua;

• lo schema complessivo della circolazione idrica sotterranea nonché il grado di modificazione e/o compromissione che comporterà lo svolgimento dell’attività estrattiva;

La relazione geotecnica o geomeccanica comprendente:

• la caratterizzazione fisico-meccanica delle formazioni interessate dai lavori di coltivazione ( compreso lo sterile) e la valutazione delle modifiche delle condizioni attuali di stabilità globali e locali del sito in seguito all’attività di escavazione, secondo quanto previsto dalla normativa tecnica vigente in materia;

• le sezioni tipo indicanti la successione stratigrafica delle formazioni riconosciute nel sito nonché la potenza delle diverse unità stratigrafiche.

Il progetto di ripristino contenente:

• la descrizione delle opere e degli accorgimenti che verranno adottati al fine di minimizzare gli impatti sull’ambiente derivanti dallo svolgimento dell’attività estrattiva (interventi di mitigazione degli inquinamenti da polveri, da rumore, ...);

• la redazione della relazione comprendente la descrizione delle opere necessarie al recupero delle caratteristiche ecologiche e paesaggistiche, sia durante che al termine della coltivazione, con particolare riferimento alla specificazione delle fasi temporali di attuazione degli interventi di recupero (da realizzarsi contestualmente alla coltivazione), dei relativi costi, della destinazione finale del sito al termine dei lavori;

• elaborati grafici (planimetrie degli stati di avanzamento della coltivazione, sezioni dei fronti di scavo e dei particolari costruttivi) inerente gli assetti morfologici intermedi e finali nonché le diverse fasi dell’intervento di recupero ambientale previsto per il sito estrattivo sino a fine coltivazione.

Nota sulla cartografia: gli elaborati cartografici relativi ai diversi progetti dovranno illustrare in maniera precisa ed esaustiva tutti gli elementi conoscitivi sopra richiesti, sia su basi cartografiche sia d’insieme che di dettaglio.